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al piccolo prato presso gli abeti, dove era sceso Cortis, pensò al colchico d’autunno, al vago fiore dal succo mortale che aveva voluto ostinatamente per sè; sorrise e pianse.

Suo marito non ricomparve in tutto il giorno. Elena avrebbe dovuto andare in via Urbana da certi amici che le facevano il favore di custodire i suoi argenti di casa, ma non si sentì in grado di veder gente, di mettersi una maschera gaia. Lesse e rilesse, nelle Mémoires, tutti quei passi di cui le aveva parlato Cortis, ma sopra tutto le lettere di madama di Caud; e tornava ogni tanto a quelle parole sull’urtar di passaggio, senza volerlo, nel destino di un altro. Non pranzò. Alla sera, dolendole, per il continuo leggere, il capo e gli occhi, sentendosi morire nell’afa delle sue camere, si fece portare, in carrozza, fuori di porta Pia. L’ultimo tramonto colorava di viola i monti della Sabina, l’aria era fresca, Elena non fece che piangere; ma l’ora mesta, la solitudine, e, laggiù, verso ponte Nomentano, le rovine sparse per la campagna avevano voci di consenso con lei, le rendevano il pianto meno amaro. Nello scendere a ponte Nomentano il cocchiere mise i cavalli al passo. Una vecchia domandò l’elemosina alla bella signora, l’ebbe, e vedendole gli occhi lagrimosi, le disse:

«Fija mia, Dio te ne darà pace.

Nello stesso momento Elena si sentì correre un brivido nella persona, pensò alle febbri, a una pace possibile e desiderabile, alle parole marmoree dei Cappuccini: «pulvis, cinis et nihil.» Tornando verso Roma si vedeva davanti, un po’ a destra, la luna falcata cader sui cipressi di villa Albani, sentiva