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gli affari del barone 167

dere l’onore, gliela getterei dietro sul momento la vita! Là, tu hai fatto il possibile perch’io non avessi il danaro, capisci? Ho dovuto dare tre notti al diavolo per averlo. E ora sto qui bono come un agnello.

Si alzò in piedi, le si accostò con un sorriso:

«E ti voglio bene, cuoruccio mio.

Ella lo respinse con un gesto.

«Hai paura di Cefalù? Allora non ci si va. A quegli altri no, ma a te ti perdono. Chi sa dove si va. Affogo nel danaro, capisci? Ma bisogna voler bene a suo marito, signorina mia.

Una goccia di vino non l’aveva presa; ma la fortuna del giuoco, le lunghe veglie e, per così dire, l’amore, gli mettevano un chiarore d’ebbrezza negli occhi.

«Hai giuocato?» disse Elena.

«Tre notti. Ho guadagnato ventiseimila e cinquecento lire. Andrei volentieri ad Aix adesso che sono in vena.

«No, no. E l’avvocato Boglietti? Non ci vai subito?

«Accidenti a lui!» imprecò il barone. «Cosa ne sai tu? È stato qui quel birbante? Mascalzone! Sì che ci andrò e lo pagherò e gli darò anche la rata di settembre, e non so se ci si divertirà molto. Ah è stato qui il cane? Gli rompo il ceffo, stavolta!

«No» disse Elena, «non ci è stato.

«Oh allora, come lo sai?

«Non importa.

«E io non te lo domanderò. Mi sento di latte e miele stamattina. Di’ la verità, io sono un buon diavolaccio, un nuvolone che tuona e non dà mai grandine. Mi piace un poco di giuocare; niente altro.