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imminente di sua madre. Faceva questo sacrificio per Elena, avrebbe fatto ben altro! Ma pure quella relativa indifferenza, di cui le aveva scritto sinceramente, veniva meno in lui all’appressarsi del vero.

Gli pareva poi che tante preoccupazioni pesassero sopra una stanchezza nuova del corpo, un torpore strano di che aveva accusato, in addietro, l’eccessivo lavoro, le ostinate insonnie; ora ne accusava Elena che empiva Roma della sua presenza, che metteva nell’aria un calor molle, spossante. In piazza Capranica un tale lo salutò per nome e soggiunse: «A stasera!» Gli venne in mente che quella sera si sarebbe tenuta in casa sua una riunione di amici politici, azionisti e collaboratori, sicuri o sperati, del futuro giornale, per udire da lui, Cortis, lo schema del suo discorso e discuterlo; poichè di lì doveva pigliar le mosse il giornale. A stasera, aveva detto colui, e Cortis s’era sentito riafferrare al petto dall’alta idea della sua mente, dall’austero dovere impostosi; s’era sentito scoter via le molli fantasie, le fiacchezze del cuore, infonder nel corpo una forza nervosa.

Entrò nell’albergo della Minerva fra uno sciame di vecchie signore e di preti francesi. Il portiere, che stava discorrendo con un bel cappuccino, vide Cortis e gli disse subito:

«Arrivate. Il signor senatore Clenezzi è uscito in questo punto e ha lasciato detto che se Lei veniva, dovesse salir subito subito dalla signora contessa.

Cortis era conosciuto alla Minerva. Aveva scelto egli stesso le camere per la contessa Tarquinia, al secondo piano. Salitovi, la trovò sola, di pessimo umore, accesa in viso, guasta la pertinace bellezza dal viaggio faticoso. Lo accolse male, sulle prime,