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vertigine 211

da una protesta dei suoi elettori per pronunciare un discorso l’indomani, ultima seduta avanti le vacanze pasquali, e dimettersi. Avrebbe esposta molto esplicitamente la sua fede politica, appellandosi dagli elettori attuali ai futuri. Poichè egli avrebbe in seguito diretto il giornale, si credeva in dovere di comunicare agli amici le idee che intendeva svolgere alla Camera, benchè certo non potessero riuscir nuove ad alcuno di essi. Se piacessero, se il discorso trovasse qualche eco nel paese, diventerebbe forse opportuno annunciare al pubblico il nuovo giornale come sorto da questo impulso, e uscire con esso nè così tardi che il discorso fosse dimenticato, nè così presto che la connessione dei due fatti apparisse premeditata.

Ciò posto, Cortis incominciò a esporre brevemente quello che si proponeva dire, con maggior diffusione, alla Camera. Egli parlava in piedi, con le spalle alla scrivania cui appoggiava la persona e puntava le mani, fissando or l’uno ora l’altro di coloro che lo ascoltavano, quale seduto contegnosamente, quale sdraiato sul canapè, quale ritto nel vano d’una finestra, fumando.

«L’ordine e la forma non importano» diss’egli. «La sostanza sarà questa.

L’onorevole deputato che fumava alla finestra, venne a piantarglisi di fronte, a cavalcioni d’una sedia.

«Degli elettori» proseguì Cortis «protestano contro di me perchè ho espresso alla Camera delle opinioni clericali. Io nego che questi signori conoscano il colore delle opinioni, e ho fondati dubbi che ignorino il senso delle parole; pure intendo credere e