Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/24

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«Loon, loon» mugghiò il barone.

«O laan o loon, io dico laven» replicò Malcanton. «Del resto sentiremo.

La contessa Tarquinia aveva fatto venire un gioco di lawn-tennis, il primo della provincia. Nessuno sapeva adoperarlo e nemmanco si andava d’accordo sul modo di pronunciarne il nome; ma intanto alla villa Carrè c’era il lawn-tennis. Anche al Caffè d’Italia, in città, ne avevan parlato, avean disputato molto sul laan e sul loon.

«Intanto, con permesso» concluse Malcanton, e si avviò dietro la baronessa, mentre il senatore diceva con un tono singolare:

«Grandi cose, dunque, contessa Tarquinia! Un san Pietro colossale, quello dell’81!

«Pur troppo» sussurrò Malcanton, compunto, alla sua compagna, cui ostentava di parlare molto famigliarmente, come se fosse ancora la bambina di una volta. «Credi, Elena, che una lavata simile...

La giovane signora non gli badò, volò su per le scale, dimenticando il punch, ed entrò nel chiarore della grande sala vuota del secondo piano. Udì le voci dei preti e del senatore salire, mezzo spente dal pavimento, e la pioggia eguale venir giù a distesa, confermar con l’ampia e bassa sua voce quelle tre parole torbide: una cosa grave. Attraversò la sala adagio adagio, con gli occhi alla porta della camera dove Daniele era stato tanto tempo.

Una cosa grave!

Appoggiò la fronte all’uscio e picchiò due colpi sommessi.

Si rispose forte: «Avanti!