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gnolo cantava sul bacino circolare ch’è in mezzo al giardino, nè voce nè passo umano turbavano il silenzio caldo.

Cortis non sarebbe più venuto via, ma era quasi mezzogiorno, bisognava muoversi. Presero un viale a caso, non sapendo quale dei due guidasse l’altro. Fu nel passare presso alle grosse radici sporgenti e agli strani candelabri di una fitolaca del Messico, smarrita ella pure in mezzo al giardino, che Cortis si avvide di avere sbagliato strada e ne avvertì Elena.

«Oggi devo anche parlare alla Camera» diss’egli poi, «e tu devi venire. Ti farò avere i biglietti all’albergo.

Elena si strinse al suo braccio. Entrarono un momento nel museo, per convenienza e senza dirselo, provando acuto piacere d’essersi tacitamente accordati nello stesso pensiero. Guardaron solo un piccolo busto femminile, una povera testina piegata sull’omero, bianca, dai lineamenti dolci, un po’ affievoliti per tanti secoli, per tanti flutti corsivi sopra. Pareva che l’antico artista l’avesse lavorata nel presentimento di una sorte così amara, le avesse infuso un dolore rassegnato e profondo, che ora nell’aria pura e quieta di quella sala diceva di aver troppo sofferto, di non si poter consolare.

Durante il tragitto dal museo all’albergo nè Elena nè Cortis proferirono parola. Solo nell’accomiatarsi Cortis le disse:

«Se tua madre non viene alla Camera, tu vieni ugualmente?

Ella lo guardò con i suoi grandi occhi appassionati, gli strinse forte la mano e rispose sottovoce:

«Sì.