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sentito i sarcasmi di lui, conversavano e ridevano malgrado le scampanellate del presidente; perciò Elena, livida, si mordeva le labbra. Egli pareva aspettare il silenzio, inchinando la persona sul banco cui appuntava le mani. Il presidente suonò ancora il campanello e disse:

«Parli pure, onorevole Cortis.

Nello stesso momento Cortis, incominciò:

«Io debbo pregare la Camera...» S’interruppe, cercando la parola. Si pose una mano alla fronte, poi ripigliò con voce affievolita:

«Lo stato della mia salute mi costringe a domandare, anzitutto, l’indulgenza della Camera.

Fece ancora una pausa, forse uno sforzo interno di richiamare al cimento il vigore dello spirito e del corpo. La sua voce parve rianimarsi nel dire:

«È probabile che la Camera proroghi oggi le sue sedute ed io non posso differire un atto che stimo doveroso verso i miei elettori, il mio paese e me stesso.

«Prima di uscire da questo recinto forse per sempre...» Nel dire forse per sempre la voce parve mancargli, la lingua intorpidirglisi. Pronunciò ancora poche parole inintelligibili e sarebbe stramazzato sul banco se i colleghi non fossero accorsi a sorreggerlo. Si udì un grido dalla tribuna della Presidenza, ma nessuno vi pose mente. Uscieri e deputati accorrevano al banco di Cortis, che fu portato immediatamente fuori dell’aula.

Elena, sulle prime, non aveva capito, s’era chinata avanti per coglier le parole che le sfuggivano. Poi, vedendo i vicini soccorrerlo, vedendolo abbandonarsi fra le loro braccia, balzò in piedi, gittò un