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tudini gli toccavano il cuore sempre giovane. «Un canto dell’Ariosto» diceva. Quella conca di pratelli verdi lì sotto a sinistra, cinta di selve, fra il poggetto e la montagna enorme, quel valloncello scuro in cui la conca si versa, è tutto parco? E là in fondo il lontano paesello pien di sole, che si vede fra gli alberi, con la chiesa bianca in alto? Caodemuro. E questo rumor sordo d’acqua corrente? La Posèna. E il lago? Non c’è un lago nel parco? Di lì non si vede; è lontano fra le selve.

«E le fragole?» disse Lao. «Non vedete le fragole in fiore?

Clenezzi colse una fragoletta acerba. Ma dov’era donna Elena?

«Abbiamo perduto Angelica» diss’egli:

Fugge per selve spaventose e scure:
Per lochi inabitati, ermi e selvaggi.

Elena non fuggiva. Era salita pochi passi più su, e aspettava gli altri al vecchio castagno, dove si esce sul prato della colonna.

«Ahimè» disse il galante senatore, porgendole la fragoletta. «Questa è troppo acerba e io sono troppo maturo.

Lao si lagnò scherzando della dama che facea spolmonare i cavalieri; poi le fe’ cenno di lasciar passare gli altri due, di fermarsi un momento.

«Che luna!» diss’egli.

«Posso esser gaia, zio?

«Perchè no?

Ella disse allora che se pareva triste, se parlava poco, era forse anche un effetto della primavera e