Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/393

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come gli astri e le palme 383


No, neppur egli, fiero dispregiatore d’ogni volgo arrogante, fiero soltanto nelle idee, neppur egli era umile con gli uomini.

Elena tacque.

«Ed il sacrificio che fai?» rispose Cortis.

«Questo lo facciamo tutt’e due» diss’ella, «e se non eri tu, io sarei stata vile. Restavo qui.

Avevano passato il ponte di legno sul Rovese e presa la stradicciuola che piega a sinistra fra un limpido canaletto e la costa sfranata del monte nudo. Elena si fermò, sciolse dolcemente il braccio suo da quello di Daniele. «Ho un’altra cosa sul cuore» diss’ella. «Credevo di non dovertela dire. Non so ancora se faccio bene, ma non posso tacere, mi parrebbe una slealtà verso di te, in questo momento.

Cortis, sorpreso, le domandò come mai potesse credere di dovergli tacere qualche cosa. Ella pensò sentire nella sua voce un rammarico, gli afferrò subito il braccio, si strinse a lui, gli disse con tenerezza, con angoscia:

«Non è mica una cosa mia, sai. Non potrei tacerti niente di quello che è mio.

Non proseguì se prima Cortis non le ebbe detto che le credeva.

«È una cosa terribile, vedi. Se tu la sapessi, forse non mi daresti il consiglio di andar via. È per questo che mi pare di dovertela dire.

«Una cosa terribile?

Elena prese la viottola che cala al fiume là dov’è reciso da un gran sostegno di pietra, e, fatti pochi passi, cadde a seder sull’erba.

«Si tratta di tua madre» diss’ella.