Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/407

Da Wikisource.

hyeme et aestate 397

pensando a Roma, al suo giornale, al febbrile lavoro di cui sentiva bisogno.

Ebbe, scendendo fra gli abeti e i pini, la visione dell’avvenire. Lotte con la penna, lotte con la parola, nella stampa, nella Camera, nelle riunioni, per le sue idee di governo, contro la indifferenza pubblica; prime vittorie, ossia abbandono di amici, sarcasmi di sedicenti liberali, villanie di sedicenti cattolici; pertinacia indomita, favore di Dio nel suo spirito, negli eventi; paurose crisi, giorni d’angoscia, improvvise chiome, nel suo pugno, della fortuna, giorni di potenza; una grande via aperta al rinnovamento sociale in senso cristiano e democratico, e su questa via, avanti a tutti, l’Italia.

Dio lo voleva tutto per questo. Dio gli toglieva la famiglia, l’amore, la giovinezza, lo chiamava, con un soffio di fuoco, alle opere sue.

Prima d’entrare in casa fece sciogliere Saturno che da lunghi mesi era tenuto a catena. Il cane enorme corse furiosamente su e giù per il prato davanti alla villa, si precipitò in sala a spiccar lanci smisurati intorno al suo padrone, che, afferratolo per le zampe anteriori, se lo rizzò davanti, tutto fremebondo, lo guardò negli occhi lagrimosi lucenti.

«Saturno!» diss’egli. «Povero Saturno!

Ella gli aveva voluto bene, a Saturno.

Cortis lo lasciò cadere sulle quattro zampe e andò nel suo studio, seguito dal cane che gli si coricò a lato, guardandolo fiso, dimenando forte la coda ogni volta che l’occhio pensoso del padrone incontrava il suo. Il padrone preparò questo telegramma: