Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/66

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ma prima che potesse chiudervisi dentro, il barone la seguì, gridò infastidito:

«Eh, andiamo che...

«Fuori!» diss’ella sottovoce, voltandosi a mezzo.

Egli lasciò la parola in tronco, ammutito dagli occhi sfolgoranti di lei, stette un momento incerto, e finì col trarsi indietro, sbattendo l’uscio dispettosamente.

Elena vide una lettera sul tavolino, la prese palpitando. Era di Cortis da Lugano. Aspettò un momento, poi l’aperse e lesse.


«Cara Elena,

«Partirò probabilmente domani per costà, pregando Dio di trovarti ancora. Ho un bisogno immenso di te. A voce ti dirò tutto. Sono affranto. Come prima, non ho, per riposare il cuore, che te! E non avrò mai altri.

«Daniele»


Ella stessa non avrebbe saputo dire da quanto tempo tenesse la lettera in mano, quando suo marito rientrò annodandosi la cravatta.

«T’è passata?» diss’egli.

Ella posò la lettera aperta sul tavolo senza scomporsi e rispose tranquillamente:

«Cosa vuoi da me?

«Cosa voglio? Voglio dirti questo, che il danaro mi abbisogna e che se non l’avrò, te ne pentirai, perchè io t’inchiodo a Cefalù per tutti i sempiterni secoli, e non c’è Roma, e non c’è Veneto, non c’è Cristo che ti levi di lì. Oh vedrai che l’avrò!

«Come, lo avrai?