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La contessa, inquietissima, insistette, ma senza frutto. Intanto sopravvenne Malcanton a domandarle se durante le funzioni religiose si dovessero fare entrare i suonatori nel palazzo a riposare un poco, invece di mandarli a suonare in chiesa come avrebbero voluto i preti. Elena lasciò quei due a consultare e andò verso la scuderia per vedere se le valigie fossero state portate nel baroccio, se c’era tutto e bene in ordine. Suo marito si avviava pure dalla casa a quella volta gridando a un domestico: «la baronessa è lì?» Elena tornò indietro. Adesso bisognava evitar sua madre che, sbrigatasi in fretta da Malcanton, le veniva incontro. Entrò in casa, si rifugiò presso il conte Lao. Nel bussare alla sua porta si ricordò di quella torbida sera quando la piova metteva un velo bianco a tutte le finestre, ed ella bussava alla stessa porta con lo sgomento d’un pericolo sconosciuto e vicino. Adesso la cheta luce della sera posava sul pavimento, le campanelle di San Pietro suonavano sotto il limpido cielo, allegre voci salivano dal giardino alle finestre aperte, tutto le diceva: va via, tu, dai tristi pensieri.

Il conte Lao aveva già il lume e stava scrivendo.

«Sei tu?» diss’egli. «Che ore sono?

«Quasi le nove, zio.

«C’è ancora un’ora, dunque? Scusa, debbo scrivere una lettera e non l’ho ancor finita.

Elena sedette in silenzio presso la finestra. V’era già una fila di lumicini intorno alla guglia del piccolo campanile dietro gli abeti. Altri lumi giravano per il giardino e il chiasso cresceva sempre. Si udiva gridare il dottor Grigiolo, direttore dell’illuminazione.

Un domestico venne in cerca di Elena. La signora