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Un razzo sfolgorò lontano, di là dal prato, fra le tenebre; poi un altro, un altro ancora; stelline d’ogni colore cadevan lente dal cielo. Tutta la gente correva da quella parte. Il barone, che cercava sua moglie sagrando fra i denti, la trovò finalmente con sua madre e i Perlotti sulla porta della sala che guarda il prato.

«Elena» diss’egli, «ascolta un momento.

La trasse in sala, presso il biliardo. Era in collera per non averle mai potuto parlare.

Questo danaro? Lo aveva? Aveva una carta? Una parola, forse? Si era accontentata d’una parola? Elena gli rispose sdegnosamente ch’egli stesso aveva detto di volersene accontentare, e che se avesse anche solo una parola di suo zio, essa varrebbe più dell’oro e di qualunque carta. Gli disse di far attaccare, e tornò dove sua madre e i Perlotti la chiamavano.

Dopo i razzi s’era fatto salire un pallone con fuochi artificiali che sprizzavano, fischiando, da ogni parte.

«Viva Grigiolo!» gridò Perlotti.

Il barone, invece di far attaccare, salì dal conte Lao. Lo incontrò sulle scale che scendeva con una lettera in mano, e gli disse che veniva a congedarsi, e ringraziarlo.

«Non occorre» interruppe il conte.

«Mi dispiace» soggiunse Di Santa Giulia «che questo versamento mi ha costretto d’incomodarvi...

«Cosa? Che versamento?

Lao aggrottò le ciglia come chi raccoglie i propri pensieri per ricordarsi.

«Eh!» esclamò il barone, pigliando subito fuoco. «Elena vi ha ben detto la ragione per cui mi occorrevano...

Compì la frase con una specie di rantolo espressivo.