Pagina:Dante E Firdusi, Estratto Rivista d'Italia, 1909.djvu/7

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ogni ornamento non solo, ma anche da tutto ciò che alla dizione dona splendore e magnificenza, anima e brio vitale. Era pedantesca fattura di diaskevasti genealogisti, di sacerdoti zoroastriani, irretiti nelle loro dispute dogmatiche, e nulla (per quel che se ne può dire indovinando) dovette avere di quell’afflato, di quella ispirazione che rende alata la parola del cantore epico e le dà vita duratura sulle labbra di cento generazioni. Eppure, anche l’epopea iranica, per discender fino a noi viva e perenne, doveva avere, donde che sia, e quest’afflato e questa ispirazione, e veramente l’ebbe, non già però dall’arido libro compilato pei re e serbato pei re, sotto cento chiavi, là nel buio del tesoro regale.

L’ebbe da Firdusi. Ma anche Firdusi e l’opera sua furono il portato dei tempi. Quali tempi, adunque, erano codesti, quali le idee, quali le condizioni?

Quando, nel 650 dell’era nostra, gli Arabi conquistatori ebbero rovesciato il trono dell ultimo dei Sassanidi, dell’infelice re Yezdeghird III, la Persia, anzi tutta quanta la regione iranica, abbandonata l’antica fede, abbracciò la fede di Maometto e del Corano. Se però altri paesi, come la Siria e l’Egitto, assai agevolmente assunsero la fede e la lingua dei conquistatori, la Persia soltanto di nome e di apparenza si fece musulmana. I Persiani, gl’Irani anzi, sono indo-europei, e indo-europei rimasero allora come sempre; e come non mutarono idioma, ritenendo sempre la loro bella e armoniosa lingua che per la dolcezza fu detta la lingua italiana d’Oriente, così serbaron sempre, in onta alla grettezza dello spirito semitico aleggiante dal Corano, quella maggior larghezza di vedute, quella maggior altezza del concepire, del pensare, del fare, che contrassegna tutte quante le nazioni indo-europee. E quando, nell’viii e nel ix secolo, sedendo il Califfo non più a Damasco, ma a Bagdad, la corte di questo principe fu tutta affollata di dotti e di poeti, di filosofi e di teologi, musulmani e giudei, cristiani e zoroastriani, credenti e non credenti, mistici, asceti perduti nella contemplazione della divinità, materialisti e razionalisti, neganti Iddio e il libero arbitrio, allora una forte e gagliarda disputa si destò, aizzata da scambievoli odi di stirpe e di sangue, che si disse la disputa dei nazionalisti.

In quel gran focolare del sapere, donde alcune vivide scintille vennero ad irradiare l’Europa ancora barbara, s’urtarono fortemente tra loro e cozzarono lo spirito alto, assoluto, ma