Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/222

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214 Altarana

che turbava anche la sorgente del suo coraggio. Questo dolore le fu ancora accresciuto. Una decina di giorni dopo il licenziamento, cessò di venire a scuola la bambina che le regalava le stelle di montagna. Essendo figliuola d’un contadino del sindaco, essa non ebbe nemmeno il coraggio di andarne a chieder conto ai parenti; ma ogni volta che vedeva quel posto vuoto, le si stringeva il cuore, come se la bimba fosse morta, e quando la notava assente, c’eran le maligne che dicevano: — L’abbiamo vista. Non è mica malata! — Una sola alunna la confortava con un raddoppiamento d’affezione e di segni di rispetto: la figliuola del pizzicagnolo, il quale pure la salutava appena per la strada: entrando in iscuola, essa la sorprendeva qualche volta a perorare in un crocchio col viso rosso, e capiva che difendeva lei. Ma i banchi si vuotavano di giorno in giorno. Il tredici di gennaio, che era il suo giorno onomastico, il giorno in cui da per tutto aveva ricevuto dalle sue alunne qualche dimostrazione gentile, tre solo, fra cui la figliuola del pizzicagnolo, le portarono un mazzetto di fiori alpestri: le presenti non erano più che quattordici. Quel giorno non potè nascondere il suo dolore al maestro. Comparve sul terrazzino appena un momento, e gli disse con grande tristezza: M’hanno cambiato le mie scolare. Mi abbandonano.... Non mi amano più.

Quella sera stessa, non potendosi più frenare, il Ratti decise di sfogarsi col segretario; il quale da un po’ di tempo, con la sua faccia più spaurita del solito, e con l’ostinato silenzio che serbava sull’affare della maestra Galli, lo irritava. Ma questi lo prevenne con una preghiera. Titubò un pezzo a metter fuori quello che aveva in manica; poi, balbettando un monte di scuse, gli fece capire che, avendo deciso di cambiar l’orario dei pasti per ragioni d’ufficio, ed anche per mettersi a un regime speciale, a cagione d’un malessere persistente, era costretto a rinunziare alla mensa in comune....

Il maestro capì al momento la ragione vera, ch’era il terrore del sindaco, e quella vigliaccheria lo indignò — Eh! quante storie! — esclamò, alzandosi da tavola — Mi dica francamente che ha paura di compromettersi! Ci vuol tanto coraggio?