Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/284

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22 L’ultimo anno ad Altarana

L’educazione della scuola! Ma una mezza bricconeria indovinata in famiglia, una scenetta vista nel buco d’una serratura, una pagina d’un libro dimenticato dal padre, distruggono gli effetti di sei mesi di morale parlata del maestro: e questo accade tutti i giorni. Che serve che sentan discorrere di virtù un’ora al giorno, se sentono, vedono, fiutano delle brutture da tutte le parti per l’altre undici ore! Caro professore, una generazione non ne educa un’altra che con quello che fa, non ne otterrà mai nulla con quello che dice. “I nostri figliuoli saranno migliori di noi„ per me, è il più falso e il più stupido luogo comune del linguaggio umano, quando nel dir quello ci fondiamo sul puro e semplice effetto delle nostre raccomandazioni orali o stampate. E se anche avesse questa grande efficacia l’educazione accademica, e posto pure che avessimo cinquanta mila maestri passabili, io credo che saremmo sempre alle stesse, perchè è un’educazione difficile a darsi con frutto, che richiede un carattere, un modo di sentire, un’arte di parlare ancora più eccezionale dell’ingegno, e uno appena su dieci maestri buoni è da tanto. Trovate voi su dieci padri di famiglia colti uno solo che sappia educare i suoi figliuoli, anche soltanto a parole? I padri fanno assegnamento sull’opera educativa dei maestri, i maestri dicono con ragione che non possono far nulla senza l’aiuto delle famiglie, e così l’educazione rimane una parola vuota che noi ci facciamo suonare all’orecchio, come certi autori si fanno suonare il titolo d’un’opera che non scriveranno mai e che non saprebbero scrivere.

— Allora, mi scusi, — domandò il professore, con un leggero sorriso ironico, — da che cosa c’è da sperare un miglioramento del carattere nazionale?

L’avvocato non aveva l’idea, la cercò in fretta, ed esclamò: — Da una guerra!

Quasi tutti i commensali misero un’esclamazione di dissenso.

L’avvocato s’accalorò nella sua idea, come se l’avesse sempre avuta. — Da una guerra — ripetè — di qualunque riuscita, che scuota la nazione fin nel midollo delle ossa, che ci faccia pensare, volere, sanguinare, soffrire, vivere faccia a faccia con la morte, tanto che non ridiamo più per dieci anni. —