Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/305

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Il collega Labaccio 43

cipii. Per me, il maestro dev’essere prima di tutto il padre spirituale dei suoi alunni. Senza religione, che cosa vuoi? a me pare che non si possa coltivare l’intelligenza dei ragazzi.... — e soggiunse lentamente, guardando il Ratti, per vedere s’egli sospettava che la sua frase fosse rubata: — come non si può far fruttare la terra senza il sole. Io te lo dico francamente: faccio dir le orazioni alla classe mattina e sera.

— Il parroco sarà contento, — disse il Ratti.

— Il parroco è mio buon amico. D’altra parte, io gli ho degli obblighi. È lui che m’ha avviato a studiare un po’ di latino, tanto che dò qualche lezione. Giusto ora sto spiegando l’Epitome a certi giovani contadini che voglion prendere la carriera ecclesiastica. E sai.... son sempre metodico, come alla scuola. Ho fissato tre quarti d’ora di studio al giorno, non un minuto di meno, tutti i giorni dell’anno.

Il giovane rise di quella frazione d’ora. — Insomma — disse — tu trovi tempo a tutto. — E si congratulò con lui, dicendogli d’aver saputo dal Lérica com’egli fosse diventato un uomo indispensabile nel suo comune.

— M’adopero come posso, — rispose il Labaccio, senza badare allo scherzo. E tra un boccone e l’altro raccontò le sue gesta. Aveva promosso l’istituzione d’un “circolo„ di esercenti e di artefici, con gioco di bocce e giornali. Era riuscito a far ricostituire la banda musicale del paese, che aveva vinto il secondo premio di prima categoria al concorso di Bra. Oltre a questo aveva insegnato il disegno per tre anni, e gli alunni gli avevan fatto coniare una medaglia, col suo nome inciso da una parte. In quei giorni, appunto, lavorava a preparare una serie di conferenze d’agronomia, studiando nei manuali e sul Bollettino agrario, perchè c’era ancor molto da insegnare ai campagnuoli, soprattutto nella preparazione dei vini e nella conservazione delle frutta e dei semi. Ma quello che gli aveva ottenuto più favore era stata un’iscrizione calligrafica fatta da lui per la morte di Vittorio Emanuele, per commissione d’un conte del paese, che l’aveva affissa in un quadro alla facciata della sua palazzina, in mezzo a un trofeo di bandiere velate a lutto e di vecchi fucili della guardia nazionale.

E nel corso della sua parlata, citando le autorità,