Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/355

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La maestra Pedani 93

coraggio, fin ch’era sopraggiunto dalla città vicina, chiamato per telegrafo, un plotone di fanteria comandato da un tenente; il quale, al veder all’opera quel bel fusto di maestra con la gonnella rimboccata e un bastone alla mano, preso da una fiamma improvvisa, aveva scoccato un bacio e riscosso una bastonata. Tutte queste glorie aggiunte alla bella persona avevan provocato nel villaggio delle ardenti passioni, delle vere persecuzioni amorose, delle lettere, delle dichiarazioni temerarie, fatte a bruciapelo, perfin sulla strada. Ma avendo essa buttato le prime lettere dalla finestra, belle e aperte, e cacciato via i dichiaratori verbali con quelle dimostrazioni di fastidio e di noia, che fanno morir l’amore della ferita fatta all’orgoglio, dopo breve tempo l’avevan lasciata in pace. E nemmeno potevano gli offesi vendicarsi con la maldicenza, tanto ella vi dava poca presa, da qualunque parte si provassero a pinzarla. Aveva un carattere virile e asciutto, che si spiegava in special modo nella scuola, donde essa bandiva ogni tenerume, non citando alle alunne che esempi di atti vigorosi od eroici di donne celebri, e spingendo l’avversione alla sdolcinatezza fino a fare una guerra a morte ai vezzeggiativi e a pretendere che le ragazze si firmassero Cátera, Cárola, Giuseppa, invece di Caterina, Carolina e Giuseppina. E questo non faceva con passione, o per effetto d’un riscaldamento di fantasia; ma con costanza tranquilla, mostrando che quelle teorie venivano dal fondo della sua natura e della sua ragione, e che educava le ragazze a quel modo con la profonda certezza di fare il loro bene. Era, per conseguenza, fautrice convinta ed energica della ginnastica educativa, ed oltre agli esercizi nei banchi, faceva fare alle sue alunne la lotta nel cortiletto, dove una parte dovevano assalire e cacciare le altre da un rialto del terreno, e poi essere assalite alla volta loro; aveva l’associazione a due giornali ginnastici di Torino e di Venezia, s’esercitava in camera sua coi manubri, e nelle vacanze s’arrampicava su tutte le montagne vicine, col suo bastone da alpinista, non accompagnata che da una contadina che le portava da cambiarsi e da mangiare. E a questa idea di vita spartana si conformava in tutto; anche nella casa, dove non aveva che lo stretto necessario, fra cui un letto a