Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/384

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122 Camina

i lor figliuoli, demoni in casa, non fossero mai castigati in scuola; ma di questo si confortava, pensando che del Pestalozzi s’era detto il medesimo, e che molti parenti dei suoi scolari neppure lo salutavano, e alcuni l’avevano in odio. Sapeva pure che il suo metodo non andava molto a verso al sindaco, il quale, avendolo visto un giorno accompagnar per mano e ragionare con amorevolezza uno dei peggio soggetti della classe, gli aveva detto passando: — Moine a quello lì? Un toc d’ frasso! (Un pezzo di frassino!) — Ma egli era così certo oramai che con la bontà spinta fino alla dolcezza angelica si potesse riuscir a tutto, che di nessuna disapprovazione s’inquietava. Andava a visitare a casa i ragazzi malati, e a dar consigli ai parenti, perdonando anche gli sgarbi. Si occupava con speciale amore degli alunni di scarsa intelligenza. Vigilava anche fuor della scuola i più discoli, cogliendo ogni occasione di ammonirli, col fare d’un fratello maggiore più che d’un maestro. Si trovava come in uno stato di grazia d’intelletto e d’animo, che gli rendeva ogni cosa facile e gradita. E a questo effetto cospirava una primavera splendida, e la bellezza del luogo arioso, donde si vedeva da ogni parte verde e azzurro, dei numi d’argento lontani, le Alpi bianche, e v’era per tutto un odor d’erba, di fiori e di terra, che gli ridestava il sentimento fresco dell’adolescenza, e con esso la speranza di diventar qualche cosa nel mondo, e il proposito di ricominciar la sua vita intellettuale. Si rimise, infatti, ai suoi studi. Rincasava la sera presto, e scambiata qualche parola con quella bizzarra guardia tutta pelo, che passava delle ore immobile sull’uscio a chieder dei numeri a tutte le stelle del firmamento, si chiudeva nella sua camera a ripassare i suoi trattati e a studiare il francese. Alle volte, a ora tarda, sentiva la voce rauca del Reale, che passando per la strada e indovinando dal lume ch’egli studiava, gli gridava con la lingua impacciata: — Bravo, dacci dentro! Studia lo scibile!.... Ah che matto! Ah che minchione! — ma neppur questo non lo turbava; non solo, ma il pensiero della enorme differenza che passava fra lui e il suo collega lo rinvigoriva anche di più nei suoi buoni propositi. E in quell’eccitazione di tutte le facoltà migliori della sua natura gli si ridestò pure il senso reli-