Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/505

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Visi nuovi e amici vecchi 243

destinato alle radunanze una vecchia chiesa e fatto predisporre un gran numero di letti. Sarebbe stata una specie di festa didattica originale e solenne, in cui il Ratti avrebbe certo riveduto parecchi dei suoi antichi colleghi dei villaggi. E questo pensiero lo rallegrava. Ma ebbe prima un altro vivo piacere, al cominciar di settembre: l’arrivo inaspettato di sua cugina, la quale cadde una sera come un razzo in casa Goli, portando una pelle di guanaco per la signora, un vasetto da prendere il mate per suo marito, una manata di frecce indiane per il Ratti e due cardinali per la sorella. Era vestita in una maniera bizzarra, con un poncho a scacchi bianchi e neri sulle spalle, e più ridente, più nervosa, più impetuosa, più poetica di quando era partita, come se con l’aria del nuovo continente le fosse entrato nel sangue un nuovo soffio di freschezza e di mattìa giovanile.

E per due o tre giorni assordò, abbarbagliò, commosse ed esilarò tutti quanti con ogni specie di racconti amabilmente bizzarri, facendo passare davanti ai loro occhi gli orizzonti della pampa e dell’Atlantico, le strade di Rosario e di Buenos Aires, i villaggi delle colonie e le isole del Paranà. Essa aveva lasciato dopo due anni l’America, non per altro che per l’invincibile bisogno che la forzava ogni tanto a cambiar tutto dintorno a sè. Ora s’era già assicurato un posto a Torino, in una ricca famiglia argentina, che voleva una maestra italiana che parlasse lo spagnuolo. Ma poi si sarebbe cercato un altro posto in una scuola italiana d’Africa, ch’era sempre la sua idea fissa: aveva in mente d’andar a raggiungere una sua amica piemontese che il Governo aveva mandato a Tripoli di Sorìa a dirigere un asilo infantile, dove c’era un centinaio di bimbi arabi, che imparavano l’italiano. Ah! ma in nessun luogo avrebbe trovato delle scuole così strane e così poetiche come le scuole italiane di Buenos Aires; sebbene le guastasse un poco la smania deplorevole che c’era, delle declamazioni e degli spettacoletti. Eran come l’immagine dell’Italia avvenire quelle scuole coi ritratti del re Umberto e di Giuseppe Mazzini l’uno accanto all’altro, con quella storia contemporanea che vi s’insegnava, già velata di poesia, come la leggenda, e con quella arditezza allegra d’avventurieri che anche i più piccoli

Il romanzo d’un maestro. — II. 16