Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/507

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

Visi nuovi e amici vecchi 245

lacrime cadere sui banchi, e anche le alunne più piccole, tocche dal sentimento dell’altre, senza bene comprenderlo, mettevan nei canti che rammentavano l’Italia lontana un accento, una vibrazione di voce che andava all’anima. — Ah si! Anch’io, — diceva, — ho un bell’essere una testa vuota, un’anima nata per vagabondare, ma sentivo una grande nostalgia quando si scatenavano su Buenos Aires quei terribili temporali neri, in cui pare che al di là delle nuvole sia spento il sole, e allora, guardando la carta d’Italia appesa al muro, facevo il proponimento di ritornare in patria col primo postale, a qualunque costo, se anche avessi dovuto sbarcare a Genova col solo vestito che avevo addosso. So bene che qui ci trattan male e ci pagano peggio; ma è l’Italia! Oh! a proposito, — disse con uno dei suoi soliti salti, — sapete che c’era un negro che mi voleva rapire?

E così rallegrava la compagnia, rallegrata essa stessa dall’aspettazione delle prossime conferenze, le quali dovevan presentarle la più grande riunione di colleghi e di colleghe, che avesse ancor vista dopo che aveva dato gli esami di patente. E diceva per scherzo che, trovandosi fra tanti compagni affamati, si sarebbe spaventata come il conte Ugolino al vedere

per mille visi lo suo aspetto istesso.

Gli iscritti per le conferenze erano circa a mille; cominciarono ad arrivare una domenica, ogni treno ne versava delle cinquantine, l’ultimo della sera ne portò duecento, soltanto da Torino. Siccome, appena arrivati, si mettevano a girare, parve così che nella città si fosse raddoppiata la popolazione in poche ore. Mai non vi s’era vista una folla così varia e così singolare d’aspetto. In mezzo ai maestri zerbinotti, si vedevano i maestri rustici, dalle grosse cravatte di lana nera, dai larghi solini di tela dura rivoltati sulle giacchette alla cacciatora; accanto all’aristocrazia magistrale dei primi istituti femminili di Torino, le contadine dai larghi fianchi e dai rozzi vestiti a quadretti, alle quali non mancava che il paniere delle ova sotto il braccio; e misti a queste e a quelli, preti di tutte le età e di tutte le forme, con tonache di tutte le tinte, dal nero