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130 had-el-garbìa


genere di furti, esercitati come sono a depredare le tribù arabe attendate.

Fortunatamente la mia franca andatura non insospettì alcuna sentinella, e potei finire la mia escursione.

Passai accanto a Malek e a Saladino, i due cavalli focosi dell’Ambasciatore, inciampai in qualche altra tartaruga e mi fermai davanti alle tende dei servi a piedi. Erano coricati sopra un po’ di paglia, senza coperte, l’uno a traverso l’altro; ma dormivan tutti d’un sonno così profondo, che non si sentiva un alito, e parevano morti ammucchiati. Il ragazzo dai grandi occhi neri, per la buona ragione ch’era il più piccolo, avea mezzo il corpo fuori della tenda, e poco mancò che non gli mettessi i piedi sul capo. Mi fece compassione; volli che la mattina seguente, svegliandosi, avesse un conforto; e misi una moneta nella mano che riposava sull’erba, colla palma aperta, come per chiedere l’elemosina ai genii della notte.

Un mormorìo di voci allegre, che veniva da una tenda vicina, mi distrasse di là. M’avvicinai. Era la tenda dei soldati e dei servi dell’Ambasciata. Pareva che mangiassero e bevessero. Sentii l’odore del fumo del kif. Riconobbi la voce del secondo Selam, di Abd-el-Rhaman, di Alì, di Hamet, di Mammù, di Civo. Era un’orgietta araba in piena regola.