Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/186

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176 ben-auda


ferrò alla strozza e lo stramazzò furiosamente in mezzo ai soldati, i quali in un batter d’occhio lo portarono fuori del campo soffocando colle cappe la sua voce tonante. Il signor Morteo si affrettò a tradurci le invettive di quel disgraziato: — Sterminiamoli tutti questi maledetti cani di cristiani, che vanno dal Sultano, e fanno tutto quello che vogliono, mentre noi moriamo di fame!


Poco dopo la presentazione della mona obbligatoria, arrivarono all’accampamento più di cinquanta servi arabi e neri, disposti in fila, che portavano in grandi scatole rotonde, chiuse da altissimi coperchi conici di paglia, ova, polli cotti, torte, dolci, arrosti, cuscussu, insalate, confetti; tanta roba da saziare una tribù affamata. Era una seconda mona, spontaneamente offerta all’Ambasciatore da Sidi-Mohamed-Ben-Auda, forse per farsi perdonare il cipiglio minaccioso della mattina.


I piatti non erano ancora messi in terra, che comparve il governatore coi suoi cinque figli, tutti a cavallo, seguiti da uno stuolo di servi.

L’Ambasciatore li ricevette nella sua tenda e conversò con loro per mezzo dell’interprete.

Che conversazione! Che gente! L’Ambasciatore domandò a uno dei figliuoli se aveva