Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/213

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intorno al capo; caic laceri, selle disfatte, briglie di corda, sciabolaccie e pugnali di forme strane. Le faccie poi! — È assurdo, — diceva il comandante, facendo la caricatura di don Abbondio, — è assurdo il supporre che questa gente possa fare il sacrifizio di non ucciderci! — Ognuna di quelle faccie raccontava una storia di sangue. Ci guardavano passando, colla coda dell’occhio, come per nasconderci l’espressione del loro sguardo. Cento ci venivan dietro, cento a destra, cento a sinistra, sparsi per i campi a grande distanza. Questa guardia dai lati era nuova per noi; ma non tardò ad essere giustificata. Più andavamo innanzi, più spesseggiavano le tende nella campagna, fin che passammo in mezzo a veri villaggi circondati di fichi d’India e d’aloé. Da tutte queste tende accorrevano arabi, vestiti d’una semplice camicia, a gruppi, a piedi, a cavallo, in groppa agli asini, due, persino tre sopra una sola cavalcatura; le donne coi bimbi appesi alle spalle, i vecchi sostenuti dai ragazzi, tutti affannati, smaniosi di vederci, e forse non di vederci soltanto. A poco a poco ci fu intorno un popolo. Allora i soldati della scorta cominciarono a disperderli. Si slanciarono al galoppo di qua e di là contro i gruppi più numerosi, urlando, percotendo, rovesciando cavalcature e cavalcatori, tirandosi dietro da ogni