Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/217

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la preda più ghiotta. Vi si attaccano al collo, stendono le gambe sotto il ventre, e via come saette. La loro audacia è incredibile. Non c’è accampamento di carovana, sia anche d’un pascià o d’un’ambasciata, dove non penetrino, malgrado la più oculata sorveglianza. Strisciano, guizzano, si schiacciano contro terra, coperti d’erba, di paglia, di foglie, vestiti di pelli di montone, in apparenza d’accattoni, di malati, di pazzi, di soldati, di santi. Rischian la vita per un pollo, fanno dieci miglia per uno scudo. Giunsero persino a rubare dei sacchetti di denaro sotto il capo ad ambasciatori che dormivano. E appunto quella notte, malgrado la catena delle sentinelle, rubarono un montone legato al letto del cuoco, il quale, accortosi la mattina del furto, stette una mezz’ora immobile davanti alla tenda, colle braccia incrociate, e lo sguardo fisso all’orizzonte, esclamando di tratto in tratto: — Ah! madona santa, che pais! che pais! che pais!


Ho nominato i duar: non si può parlare del Marocco senza descriverli, e lo posso fare ampiamente con quello che vidi, e quello che ne seppi dal signor Morteo, il quale ci vive in mezzo da vent’anni.


Questo signor Morteo, fra parentesi, è un