Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/247

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zeguta 237


nemmeno alzare lo sguardo in viso al suo giudice, si buttò bocconi in terra, secondo l’uso, colle gambe e le braccia distese.

Tutto questo accadde, si può dire, in un batter d’occhio. Il bastone non era ancora in aria che già il comandante ed altri s’eran cacciati in mezzo e avevano fatto dire al caid che non potevano permettere quel brutale castigo.

Il caid chinò la testa.

Il ragazzo s’alzò pallido, convulso, guardando con un’espressione di meraviglia e di spavento i suoi liberatori e il caid.

— Va, — gli disse l’interprete, — sei libero!

— Ah! — gridò con un accento inesprimibile, — e disparve.

Noi ci rimettemmo in cammino.

L’ho da dire? Ho visto uccidere un uomo, ma non provai un sentimento così profondo d’orrore come quello che m’assalì alla vista di quel ragazzo seminudo disteso in terra per ricevere cinquanta bastonate. E dopo l’orrore, mi salì il sangue al capo dall’indignazione e vituperai nel mio cuore il Caid, il Sultano, il Marocco, la barbarie colle parole più fulminanti del linguaggio umano. Ma è proprio vero che bisogna sempre aspettare i secondi pensieri. — Ma e noi, — pensai qualche momento dopo; — quanti anni sono che abbiamo abolito il bastone? E quanto tempo è che s’è abolito