Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/316

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toccò a me, la misi contro il muro, vi salii su e riuscii con mezzo il busto al disopra del parapetto. Fu come l’apparizione d’un nuovo astro nel cielo di Fez: mi si passi il paragone immodesto. Mi videro subito dalle prime case, fuggirono, ricomparvero, annunziarono l’avvenimento alle donne delle terrazze più vicine; in pochi minuti, di terrazza in terrazza, si sparse la notizia per mezza la città; sbucarono curiose da tutte le parti, io mi trovai alla berlina. Ma la bellezza dello spettacolo mi tenne fermo al mio posto. Erano centinaia di donne e di bambine, ritte sui parapetti, sulle torricine, sulle scale esterne, tutte rivolte verso di me, tutte vestite di colori fiammanti, dalle più vicine di cui discernevo i volti attoniti, fino alle più lontane, d’altri quartieri della città, che apparivano appena come puntini bianchi, verdi e vermigli; alcune terrazze affollate che sembravano piene di fiori; per tutto un brulichio, un va e vieni, un gesticolamento, da parere che tutta quella gente assistesse a qualche fenomeno celeste. Per non mettere sottosopra tutta la città, tramontai, ossia discesi dalla seggiola, e per qualche minuto non ci salì nessuno. Poco dopo stava alla berlina il Biseo ed era anch’egli bersagliato da mille sguardi, quando, sopra una terrazza lontana, tutte le donne gli voltarono improvvisamente le