Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/423

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fez 413


chè egli non l’aveva con me; ma coll’Europa.

Vedendo che in questa quistione se la pigliava troppo a cuore, sviai il discorso, e gli domandai se non riconosceva le maggiori comodità della nostra maniera di vivere. Qui fu comicissimo. Aveva degli argomenti preparati.

— È vero, — rispose con un accento ironico; — è vero... Sole? Ombrello. Pioggia? Paracqua. Polvere? Guanti. Camminare? Bastone. Guardare? Occhialino. Passeggiare? Carrozza. Sedere? Elastico. Mangiare? Strumenti. Una scalfittura? Medico. Morto? Statua. Eh! di quante cose avete bisogno! Che uomini, por Dios! Che bambini!

Insomma, non me ne voleva passar una. Trovò persino a ridere sull’architettura.

— Che! Che! — rispose quando gli parlai dei comodi delle nostre case. — State trecento in una casa sola, gli uni sugli altri, e poi salire, salire, salire — e manca aria e manca luce e manca giardino.

Allora gli parlai di leggi, di governo, di libertà, e cose simili; e siccome era un uomo perspicace, mi parve d’esser riuscito, se non a fargli capire tutta la differenza che, sotto questi aspetti, corre fra il suo paese e il nostro; almeno a fargliene brillare alla mente un barlume. Visto che non poteva tenermi fronte su