Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/431

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fez 421


nero d’ebano fino al giallo d’arancio, e non uno, neppure fra i più piccoli, che conservasse l’espressione della ingenuità infantile: avevan tutti qualchecosa di duro, di sfrontato, di beffardo, di cinico, che metteva pietà, piuttosto che sdegno. E non c’è bisogno di grande perspicacia per capire che non potrebb’essere altrimenti. Degli uomini, la maggior parte sonnecchiavano distesi in terra; altri ballavano alla negra in mezzo a un circolo di spettatori, facendo ogni sorta di smorfie e di lazzi; altri tiravano di scherma colle sciabole, nello stesso modo che i tiratori di Tangeri, saltellando con atteggiamenti da danzatori di corda. Gli ufficiali, tra cui molti rinnegati, che si riconoscevano al viso, alla pipa, e a un non so che di ricercato nel vestimento, passeggiavano in disparte, e quando gl’incontravo, sfuggivano i miei sguardi. Di là dal ponte, in un luogo appartato, c’era una ventina d’uomini ravvolti in cappe bianche, distesi in terra gli uni accanto agli altri, immobili come statue. Mi avvicinai: vidi che avevano le gambe e le braccia strette da grossissime catene. Erano condannati per delitti comuni che l’esercito si trascina sempre con sè, per esporli alla berlina. Al mio avvicinarsi, tutti si voltarono e mi fissarono in viso uno sguardo che mi fece tornare indietro.

Uscii di mezzo ai soldati e m’andai a ripa-