Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/45

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tangeri 35


inorridito. I calzoni bianchi del nero erano macchiati di sangue, che gocciolava dalla schiena. Gli arabi coi bastoni erano soldati che lo battevano. Domandai informazioni. Aveva rubato una gallina. — Fortunato lui! — mi disse un soldato della Legazione: — pare che non gli taglieranno la mano.

Sono da sette giorni a Tangeri, e non ho ancora visto il viso d’un’araba. Mi par di trovarmi in un grande veglione di donne mascherate da streghe, come se le figurano i bimbi, camuffate in un lenzuolo mortuario. Camminano a passi lunghi, lentamente, un po’ curve, coprendosi il viso col lembo d’una specie di mantello di tela, sotto il quale non hanno altro che una camicia a larghe maniche, stretta intorno alla vita da un cordone, come la tonaca d’un frate. Del loro corpo non si vede che gli occhi, la mano che copre il viso, tinta di rosso coll’henné alle estremità delle dita, e i piedi nudi, pure tinti, infilati in larghe pantofole di cuoio giallo. La maggior parte non lasciano vedere che mezza la fronte ed un occhio: l’occhio, per lo più, scuro, e la fronte color di cera. Incontrando un Europeo per una strada