Pagina:De Amicis - Spagna, Barbera, Firenze, 1873.djvu/10

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4 barcellona.


liano” — “Sì” fu una festa; tutti, tranne uno, aveano combattuto in Italia; uno era stato ferito a Magenta; cominciarono a raccontar aneddoti di Genova, di Torino, di Milano, a domandarmi mille cose, a descrivermi la vita che menavano in Affrica. Uno tirò in ballo il Papa. “Ahi!” dissi tra me. Che! Era più buzzurro di me: diceva che dovevamo trancher le noeud de la question, e andar fino in fondo senza darci pensiero dei rurali. Intanto, via via che ci avvicinavamo ai Pirenei, mi divertivo ad osservare il progressivo alterarsi della pronunzia nei viaggiatori che salivano nel carrozzone, a vedere come la lingua francese moriva, per così dire, nella lingua spagnuola, a sentire come la Spagna ci veniva incontro; fin che giunto a Perpignano, e cacciatomi in una diligenza, udii i primi: Buenos dias e Buen viaje, schietti e sonori, che mi fecero un piacere infinito. A Perpignano però non si parla spagnuolo, ma un dialettaccio misto di francese, di marsigliese e di catalano, che strazia le orecchie. La diligenza mi sbarcò a un albergo in mezzo a un visibilio di ufficiali, di signore, d’inglesi e di bauli; un cameriere mi fece seder per forza dinanzi a una tavola apparecchiata; mangiai, mi strozzarono, mi cacciarono in un’altra diligenza, e via.

Ahimè! Io avevo vagheggiato per tanto tempo la traversata dei Pirenei, e mi toccò farla di notte; prima che arrivassimo alle falde dei primi monti, era già buio pesto. Per lunghe e lunghe ore, tra il sonno e la veglia, non vidi altro che un po’ di strada