Pagina:De Amicis - Spagna, Barbera, Firenze, 1873.djvu/12

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6 barcellona.


Alle tre dopo mezzanotte arrivammo alla frontiera. — Estamos en España! — gridò una voce; la diligenza si fermò; l’inglese ed io balzammo di nuovo in terra, e c’infilammo con molta curiosità in una piccola osteria, per vedere i primi figli della Spagna fra le pareti di casa loro. Trovammo una mezza serqua di doganieri, l’oste, la moglie e i figliuoli, seduti intorno a un braciere; ci rivolsero subito la parola; io feci molte domande, e mi risposero in un modo brioso ed ingenuo, che non credevo di trovar nei Catalani, dipinti nei dizionarii geografici come gente dura e di poche parole. Domandammo che ci fosse da mangiare: ci portarono il famoso chorizo spagnuolo, una specie di salcicciotto arcipieno di pepe, che brucia le viscere; una bottiglia di vino dolce, un po’ di pan duro. “Ebbene, che fa il vostro re?” domandai a un doganiere, dopo ch’ebbi sputati i primi bocconi. Quegli a cui avevo rivolto la parola parve un po’ imbarazzato, mi guardò, guardò gli altri, e poi mi diede questa curiosissima risposta: “Està reinando” (sta regnando). Tutti si misero a ridere, e mentre io preparavo una domanda un po’ più stringente, mi sentii mormorar all’orecchio: “Es un republicano.” Mi voltai, e vidi l’oste che guardava in su. Ho capito, risposi, e cambiai discorso. Rimontando poi nella diligenza, il mio compagno ed io ridemmo molto dell’avvertimento dell’oste, tutti e due meravigliati che da una persona di quella classe le opinioni politiche dei doganieri fossero prese tanto sul serio; ma nelle