Pagina:De Amicis - Spagna, Barbera, Firenze, 1873.djvu/17

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barcellona. 11


Una diligenza grande quanto un carrozzone della strada ferrata mi trasportò all’albergo più vicino, nel quale, appena entrato, sentii parlare italiano. Confesso che ne provai un piacere, come se mi fossi trovato a una sterminata lontananza dall’Italia, e dopo un anno di viaggio. Ma fu un piacere che durò poco. Un cameriere, quello stesso che avevo sentito parlare, mi accompagnò su in una camera, e poichè s’era accorto dal mio sorriso che dovevo essere suo compaesano, mi domandò con bel garbo:

“Finisce di arrivare?”

“Finisce di arrivare?” domandai alla mia volta stralunando gli occhi.

Occorre notare che in spagnuolo il modo acabar (finire) di fare una cosa, corrisponde al modo francese venir de la faire. Su quel subito non capii che cosa volesse dire.

“Sì,” rispose il cameriere, “domando se il cavaliere discende ora medesimo dal cammino di ferro?”

“Ora medesimo! cammino di ferro! ma che razza d’italiano parli, amico mio?”

Rimase un po’ sconcertato. Seppi poi che a Barcellona v’è un gran numero di camerieri d’albergo, di fattorini da caffè, di cuochi, di servitori d’ogni genere, piemontesi, la maggior parte della provincia di Novara, che andarono in Spagna da ragazzi, e che parlano codesto gergo orribile, misto di francese, d’italiano, di castigliano, di catalano, di piemontese, non con gli Spagnuoli, s’intende, perchè lo spagnuolo lo hanno imparato tutti; ma coi viaggia-