Pagina:De Amicis - Sull'Oceano, 1889.djvu/343

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

In extremis 339

qua e là i primi rantoli del mal di mare, delle voci di pianto chiamavan le cameriere, gli usci sbacchiavano con fracasso, le valigie e le cassette danzanti urtavano contro i tramezzi: era il disordine e il vocio strano e lugubre che si sente entrando in un manicomio, dove tutte le consuetudini della vita sono sconvolte. Un movimento subitaneo di beccheggio mi gettò nel camerino come un sacco; l’uscio si chiuse da sè; un lampo m’abbagliò. E un pensiero improvviso m’agghiacciò il sangue: — Se non uscissi più di qua dentro? — E mi sentii in una solitudine immensa, come se mi fossi chiuso da me nella tomba.


Si, è la verità, e la dico tutta. Questo è il pensiero che mi si confisse nel cervello, acuminato, freddo, immobile, come un punteruolo d’acciaio, e tutti gli altri pensieri e immagini che susseguirono nella mia mente per varie ore non fecero che girare intorno a quello vertiginosamente. Una immaginazione cento volte scacciata si ripresentava cento volte: quella del rumore che avrebbe fatto l’acqua irrompendo dentro, in quanti secondi sarebbe giunta all’uscio, il buio repentino, la prima ondata nella gola, e quel dubbio orribile, se avrei sofferto