Pagina:De Amicis - Sull'Oceano, 1889.djvu/346

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342 sull'oceano


ore, credo, crescendo fuor di misura la furia della tempesta, mi si fece un gran torbido nel capo, e di quello che pensassi allora saprei più dir poco. Ricordo la voce immensa del mare, più strana e più formidabile d’ogni più spaventosa immaginazione, una voce come di tutta l'umanità affollata e forsennata che urlasse, mescolata ai ruggiti e ai bramiti di tutte le belve della terra, a fragori di città crollanti, a urrà d’eserciti innumerevoli, a scoppi di risa beffarde di popoli interi; e dentro a quella voce, il fischio acutissimo del vento nei cordami, un turbinio di note lunghe, sonore e discordanti, come se ogni corda fosse uno strumento suonato da un demonio, grida di disperazione e di delirio che pareano uscire dai prigionieri d’una carcere in fiamme, e sibili che facevano fremere come se attorno alle antenne si attorcigliassero migliaia di serpenti furiosi. A un terribile movimento di beccheggio s’univa un rullio violentissimo, da parere che il bastimento si volesse coricare ora sur un lato ora sull’altro, e ad ogni colpo dell’onda nel fianco, tutto, dalla coperta alla carena, tremava, come per l’urto d’uno scoglio o per il cozzo d’un altro piroscafo, e gli assiti intorno davano uno schianto da far rabbrividire