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stie rabbiose. Cogliendo bene il momento per non ammaccarmi il cranio contro una parete, spiccai un salto e m’afferrai agli spigoli dell’uscio, per guardar fuori, e vidi due o tre corpi umani moversi, tenendosi di qua e di là, a passi e a tracolloni di briachi, coi vestiti scomposti e i capelli arruffati: fra i quali il marsigliese, i cui connotati accusavano una maledetta paura, già passata in gran parte, ma che non voleva finir di passare. Ogni tanto, infatti, una volata del piroscafo e uno scoppio istantaneo come dello spezzarsi di dieci travi, mi faceva dare indietro e ricercar la cuccetta a due mani, col terrore che ricominciasse il ballo più indiavolalo di prima. Tra l’una e l’altra recrudescenza, tesi l’orecchio verso il camerino accanto, curioso di sentire se l’angoscia del pericolo comune avesse rallentato un poco fra i miei vicini la corda tesa dell’odio; e rimasi un momento sbalordito, udendo una respirazione rotta e dei gemiti fitti che potevano far sospettare una riconciliazione più che amichevole; ma subito mi disingannò una voce scellerata che fischiò queste parole: — Speravi che tutto fosse finito, non è vero? — Ma non intesi risposta. La prima nota incoraggiante che udii fu una risata di varie voci, che venne dalla parte degli argen-