Pagina:De Marchi - Demetrio Pianelli, 1915.djvu/84

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di, entrò nello stanzino che serviva da studio, che aveva la finestra sopra un cortiletto di passaggio tra la bottega del lattivendolo e l’osteria.

Accese una candela, buttò in terra il gibus pesante d’acqua e si strappò di dosso il soprabito e l’abito nero a falde.

Con una salvietta si asciugò un poco i calzoni, le mani, il collo e indossò un gabbano che trovò sul letto.

Stracco e mezzo malato si abbandonò sopra una poltrona e stette lì tutto intormentito, tutto d’un pezzo.

La casa e la città tacevano ancora in quell’ora cieca che precede il giorno: e l’unico rumore era lo sbattacchiare villano dell’uscione del solaio, che agitava un suo arpione di ferro pendente.

Fissò gli occhi nella fiamma bianca della candela posta sulla sponda della scrivania, dalla quale si irradiava un cerchietto di luminose stelluccie. Portò le mani agli occhi. Erano lagrime.

Tristo, maledetto destino che per qualche migliaio di lire un uomo dovesse perdere la vita! E quest’uomo aveva esposto tre volte il petto alle fucilate, ed era stato a Roma nel settanta. Cesare Pianelli aveva due medaglie commemorative e un congedo militare onorevolissimo.