Pagina:De Marchi - Il cappello del prete, 1918.djvu/30

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Tirò innanzi un grosso volume, una «Summa theologica» in-folio del grande Aquinate, che gli serviva di registro e di scatola, e cominciò coll’unghie gialle a ripassare le lunghe liste dei suoi crediti, vedendo quali poteva esigere subito, quali girare a un pignoratario suo compare, detto Cruschello, col quale era in vecchi rapporti d’affare.

Corse coll’occhio avidamente sulle colonne in cui erano scritti i numeri delle sue cartelle, banco di Napoli, rendita dello Stato, fondiaria, ferrovie meridionali, tramways napoletani, ecc., e in mezzo molte quietanze e boni di pegno, garanzie, piccole ipoteche, cambiali, pagherò, che tenevano tutto il posto d’un quaderno strappato, quello in cui il dottor Angelico parla dell’«habitus operativus». Raccolse, strinse con un legaccio quel tesoro di carte unte, chiuse il libro con un giro di stringa e lo nascose in un baule ferrato che teneva sotto il letto, legato con una catena al muro.

Indossò il mantello, mise in capo il suo vecchio tricorno e uscì colle solite precauzioni, desiderando di trovarsi un’ora con Cruschello.

Della gente non prese alcuna soggezione questa volta: anzi il vecchio cabalista era disposto a burlarsi una buona volta de’ suoi persecutori.

— O don Cirillo, o santo prete, dammeli tre numeri e che la Madonna del Carmine ti aiuti.... — disse una vecchia spettinata, che filava davanti a un usciolino