Pagina:De Sanctis, Francesco – Giacomo Leopardi, 1961 – BEIC 1800379.djvu/283

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xxxviii. i nuovi idillii 277

è qui il concetto di questa poesia. In una lettera a Giordani, se mal non mi ricordo, è fatta menzione di questo arcano con frasi che paiono tolte di qua. Forse, quando scriveva la lettera, aveva la testa già piena di questa poesia.

Spesso questo mistero delle cose gli si è affacciato in relazione con la sua persona, tirandogli accenti di sdegno e di dolore. Ma ora gli si affaccia in modo affatto impersonale e prende quasi la forma d’una meditazione sopra i primi della vita universale. Chi medita, non è un filosofo, ma è l’anima semplicetta d’un pastore, che sa nulla, e contempla innamorato la luna e le stelle, e fantastica sul fine e sull’uso della vita, incalzato da tanti «perché», a cui non trova risposta. La profondità del concetto è questo, che in ultimo il filosofo ne sa tanto quanto il pastore, e che quello che appare una ignoranza e una semplicità del pastore, è appunto la verità.

Il pastore, che interroga la luna e vuole da lei sapere il perché delle cose, ricorda le impressioni gagliarde che l’universo dové fare sull’anima semplice dei primi mortali, quando la vista della natura svegliava in loro la curiosità del sapere. La poesia pare un poema biblico, una pagina del Giobbe. Il pastore prende le cose così come gli appaiono, le guarda con anima poetica, si esprime per via di paragoni e di brevi riflessioni, e parla alla luna come alla sua confidente di tutte le sere, e che ne sa più di lui. Situazione originalissima, che illumina le vie tenebrose del mistero con la bonomia, la nativa semplicità, l’ingenua grazia del pastore. Anche il sentimento del mistero non ha strazio e non ha sdegno e non ha dolore; il pastore parla come rassegnato ad un ordine immutabile di cose contro il quale è vano cozzare, e dice le cose più terribili con semplicità tranquilla.

Uguale perfezione è nello stile. I concetti più profondi sono espressi con la chiarezza e la semplicità di quella prima forma di favellare tutta spontanea, che precede lo stile letterario. Chi legge, è costretto a fermarsi ad ogni tratto, lusingato da nuove bellezze; e ora la serietà delle cose gli annuvola la fronte, e ora la grazia e l’ingenuità dei sentimenti gli ride sulle labbra. Una