Pagina:De Sanctis, Francesco – La giovinezza e studi hegeliani, 1962 – BEIC 1802792.djvu/25

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l'abate fazzini 19

era una tribuna bassa, dalla quale si vedeva a mezzo il vivace ometto. Io stava in prima fila e non perdeva una sillaba. Poi a casa prendeva il testo, ch’era la logica e la metafisica dell’abate Troisi; e non mi fermavo lí alla lezione; ma correvo correvo, divorato dalla curiosità di sapere quello che veniva appresso. In breve, la mia testa fu piena di argomenti, di teoremi, di problemi, di scolii e di corollarii, di sillogismi, entimemi e dilemmi; e divenni un formidabile e seccantissimo disputatore. Non parlava di altro che di Dio e di anima e di religione naturale e rivelata. I libri filosofici dello zio erano scolastici, come Storchenau, Corsini; c’era anche una matafisica latina di Genovesi, c’era un san Tommaso, un sant’Agostino, libri tarlati e con la muffa. Di latino non sapevo tanto ch’io potessi leggere senza fatica; perciò tutto quel latino mi seccava; e mi sentivo pur nelle ossa non so che smania di nuovo e di moderno.

Corsi alla biblioteca e mi ci seppellii. Passavano dinanzi a me come una fantasmagoria Locke, Condillac, Tracy, Elvezio, Bonnet, Lamettrie. Prima leggevo a perdita di fiato; poi visto che ne cavavo poco, mi misi a copiare, a compendiare, a postillare. Mi ricordo ancora quella statua di Bonnet, che a poco a poco per mezzo dei sensi acquistava tutte le conoscenze. Quel Bonnet me lo trascrissi quasi per intero. Se un uomo intelligente mi avesse guidato in quei lavori! Ma ero io solo con la mia foga e con la mia superbia, e facevo poco buon frutto e fatica molta. A me però sembrava di venire un gigante in mezzo ai miei compagni, che aprivano gli occhi a sentirmi come un oracolo affastellare tante cose nuove. Il professore diceva che il sensismo era una cosa buona sino a Condillac, ma non bisognava andare sino a Lamettrie e ad Elvezio. Ragione per cui ci andavo io con l’amara voluttá della cosa proibita. Queste letture non mi guastavano le idee, ch’erano sempre quelle del maestro, e guardavo d’alto in basso quegli autori, e dicevo con sicumera che Elvezio era un sofista e Lamettrie un chiacchierone. Voltaire, Diderot, Rousseau mi parevano bestemmiatori, avevo quasi paura di leggerli. Il professore ci pose poi in mano il Burlamacchi, e piú tardi l’Ahrens per il diritto naturale, inculcandoci