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66 la giovinezza

c’inginocchiammo e pregammo. Io avevo una gran tosse, e lei mi si attaccò al collo, e mi stringeva forte, e mi diceva con lacrime: — Figlio mio, forse non ti vedrò più — . Ed era presaga! Non dovevamo più rivederci.

Trovai in Napoli il colera un po’ rimesso. Gli studenti tornavano, le scuole si riaprivano; la novità era l’edizione fatta di fresco delle poesie di Giacomo Leopardi. Io ne andavo pazzo, sempre con quel libro in mano. Conoscevo già la canzone sull’Italia. Allora tutto il mio entusiasmo era per Consalvo'' e per Aspasia. Avevo preso lezione di declamazione dal signor Emanuele Bidera, che aveva stampato sopra la sua arte un volume, zeppo di particolarità e minuterie. Io era tra’ suoi scolari più diligenti, e quando c’era visita di personaggi, il primo chiamato ero io. — Fatevi avanti, signor De Sanctis, declamatemi l’Ugolino. — Quello li era il mio Achille. E io, teso e fiero, trinciando l’aria con la mano diritta, cominciavo: «La testa sollevò...». Non mancavano i battimani; ma un uomo di spirito mi disse: — Piangete troppo — . Ricordo il motto, non ricordo la persona. Ed era un motto vero. Io peccavo per eccesso, volendo accentuare tutto e imitare tutto, suoni, immagini, idee. Consalvo mi fece dimenticare Ugolino. Lo andavo declamando anche per via, e parevo un ebbro, come Colombo per le vie di Madrid, quando pensava al nuovo mondo. Lo declamavo in tutte le occasioni e mi c’intenerivo. Sovente lo declamai in casa Fernandez, e mi ricordo che, per un delicato riguardo alle signorine, dove il poeta diceva «bacio», io mettevo «guardo».

Poco poi seppi che il gran poeta era morto. Come, quando, dove non si sapeva. Pareva che un’ombra oscura lo avvolgesse e ce lo rubasse alla vista. Le immaginazioni, percosse da tante morti, poco rimasero impressionate da quella morte misteriosa.