Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/229

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la cerbiatta 223


— Una volta — riaccontava Mulafazza, il servo di Baldassare Mulas, al mercante di bestiame recatosi nell’ovile Mulas per acquistare certi giovenchi — il mio padrone era, si può dire, un signore. Abitava quella casa alta col balcone di ferro che è; a fianco della chiesa di San Baldassarre, e sua moglie e sua figlia avevano la gonna di panno e lo scialle ricamato come le dame. La ragazza doveva appunto sposarle un nobile, un riccone così timorato di Dio che non parlava per non peccare. Ma il giorno prima delle nozze la moglie del padrone, una bella donna ancora giovane, fu vista a baciarsi dietro la chiesa con un ragazzetto di ventanni, un militare in permesso. Ohi, che scandalo! Non s’era mai sentito l’eguale. La figlia fu piantata e morì di crepacuore. Allora il mio padrone cominciò a passare settimane e mesi e stagioni intiere nell’ovile, senza mai tornare in paese. Non parla quasi mai, ma è buono, persino stupido, a dir la verità! I cani, il gatto, le bestie sono i suoi amici! Persino coi cervi se la intende! Adesso s’e fatta amica appunto una cerbiatta, alla quale son stati forse rubati i figli appena nati, e che per la disperazione, nel cercarli, arrivò