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226 la cerbiatta


prima come a guardare il sole sospeso sulla linea dell’orizzonte: vapori rossi e azzurri salivano, e tutte le cose, leggermente velate, avevano come un palpito di tristezza: i fili d’erba che si movevan pur senza vento davan l’idea di palpebre che si sbattono su occhi pronti a piangere.

Il vecchio guardava sempre le macchie di aliterno in fondo alla radura. Era verso quell’ora che la cerbiatta s’avvicinava alla capanna. Il primo giorno egli l’aveva veduta balzar fuori dalle macchie spaventata, come inseguita dal cacciatore: s’era fermata un attimo a guardarsi intorno coi grandi occhi dolci e castanei come quelli di una fanciulla, poi era sparita di nuovo, rapida e silenziosa, attraversando come di volo la radura. Era bionda, con le zampe che parevan di legno levigato, le corna grigie, delicate come ramicelli di asfodelo secco.

Il secondo giorno la sosta fu appena più lunga. La cerbiatta vide il vecchio, lo guardò e fuggì. Quello sguardo, che aveva qualcosa di umano, supplichevole, tenero e diffidente nello stesso tempo, egli non lo dimenticò mai. Di notte sognava la cerbiatta che fuggiva attraverso la radura: egli la inseguiva, riusciva a prenderla per le zampe posteriori e la teneva palpitante e timida, fra le sue braccia. Neppure l’agnellino malato, neppure il vitellino condannato al macello, mai la martora ferita o la lepre di nido gli avevan dato quella tenerezza struggente. Il pal-