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246 la festa del cristo


ed è passato come una saetta. Chissà che disgrazie! Ecco la sua berretta.

La berretta cadde in grembo a una donna che si curvò per cacciarla dentro la bisaccia.

La cavalcata sfilò, ma la fisarmonica non suonò più. Prete Filìa s’era fatto livido in viso, e batteva sul fianco del cavallo la staffa entro cui luccicava la fibbia d’argento della sua scarpetta: appena fuor del paese sì mise la mano sugli occhi per guardar lontano, ma lungo lo stradone — che tagliava la valle dalle rocce rosee di musco dell’Orthobene, non vide che qualche contadino coi buoi aggiogati e qualche donna con l’anfora sul capo.

Di Istevene nessuna traccia: era sparito col suo cavallo del diavolo come Lusbè, il demonio cavalcante, allo spuntare del giorno.

Lo raggiunsero solo verso sera prima di arrivare alla mèta. Sedeva sul paracarri, curvo su sè stesso, a testa nuda, con le mani giunte strette fra le ginocchia: pareva pregasse, oppresso dal crepuscolo di nuvole grigie venate di sangue e dalla solitudine infinita del luogo fantastico. Colline bianche chiudevan la valle e la strada scendeva giù attorcigliata come una corda, fra macchie e pietre, verso un punto ove si sentiva un mormorio d’acqua.

La donna che aveva raccolto la berretta si curvò di nuovo per toglierla dalla bisaccia e la buttò ridendo a Istevene.

— Tè! pare ti abbian fatto l’incanto. E il cavallo?

Istevene prese a volo la berretta, se la cac-