Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/258

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252 la festa del cristo


Dopo che Istevene ebbe legato e quasi nascosto dietro un dirupo il suo puledro, andarono.

Prete Filìa stava ancora seduto sul coro, a occhi chiusi, ruminando come il nonno del bambino morto, ma quando Istevene impacciato si curvò e gli mise una mano sull’omero, balzò come toccato dal fuoco e parve diventar lungo, terribile e grandioso come il Cristo di là sopra l’altare. Mise le mani sul petto di Istevene e lo spinse indietro fissandolo con occhi minacciosi.

— Va! Confessa! — gridava. — In mezzo alla chiesa, davanti a Cristo!

Compare Zua li seguiva, accennando a Istevene di star zitto, e diceva sottovoce a entrambi:

— Compare Filì! Non gridate, non fate scandalo. Istevene, s’è messo in mente che tu abbia rubato il puledro e che Cristo ci punisca tutti perchè sei venuto alla festa a cavallo del peccato mortale....

— È così! Sì! Confessa in mezzo alla chiesa! — ripeteva prete Filìa, sempre spingendo Istevene che indietreggiava senza oppor resistenza.

Così lo ridusse fino all’uscio che compare Zua aveva chiuso a chiave.

— E finitela, compare Filìa! Cose del mondo....

— Confessa!

— E contentalo, Istevene! E confessa a lui, — consigliò compare Zua, calmo, quasi divertendosi alla scena.