Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/290

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284 la moglie


una nebbia di fuoco. Senti, un giorno venne con la solita scusa di cercare il gattino. Il gattino stava sdraiato nel cortile; anche mio marito stava al sole, nel cortile. Era una domenica dopo pranzo. Essa entrò e disse: «Ah, vengo a prendere il gatto; sei sempre qui, piccola tigre?» Vedendola, il gattino balzò, incurvò la schiena e le si sfregò contro la sottana; anche mio marito s’alzò e fece quasi lo stesso. Io stavo dentro in cucina, e mi parve che ella avesse detto per me «piccola tigre». Presi il fucile carico che stava appoggiato al muro, uscii di corsa nel cortile e sparai. La donna cadde morta, mio marito urlò come un cane. Io vedevo sempre quella nebbia di fuoco, in mezzo alla quale c’era lei distesa morta, con la faccia per terra. Il gatto, invece di fuggire, continuava a strofinarsi contro la donna uccisa; le andava in giro, e mi guardava con gli occhi verdi spalancati. Mi prese una rabbia contro quella bestiuola! Sparai anche contro il gatto, e la gente che accorreva dalla strada mi vide. E tutti cominciarono a urlare come cani rabbiosi, come volpi affamate. Venne anche un soldato; girò attorno a me, dapprima un po’ alla larga, poi sempre più vicino, più vicino, come la volpe che gira attorno all’uva. Poi mi mise le mani addosso. Come, le mani addosso a me? Perchè? Chè forse io non so che devo andare dal pretore e poi in carcere? Che bisogno c’era di mettermi le mani addosso? Lo graffiai e corsi io stessa dal pretore; la gente mi ve-