Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/40

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34 un grido nella notte


so, puliti e grassocci, col viso color di ruggine arso dal soffio degli anni, i capelli e la barba d’un bianco dorato, gli occhi neri ancor pieni di luce, perle lievemente appannate nella custodia delle palpebre pietrose come conchiglie. Una nostra serva andava spesso, negli anni di siccità, ad attinger acqua ad un pozzo là accanto: io la seguivo e mentr’ella parlava con questo e con quello come la Samaritana, io mi fermavo ad ascoltare i racconti dei tre vecchi. I ragazzi intorno, chi seduto sulla polvere, chi appoggiato al muro, si lanciavano pietruzze mirando bene al viso, ma intanto ascoltavano. I vecchi raccontavano più per loro che per i ragazzetti: e uno era tragico, l’altro comico, e il terzo, ziu Taneddu, era quello che più mi piaceva perchè nelle sue storielle il tragico si mescolava al comico, e forse fin da allora io sentivo che la vita è così, un po’ rossa, un po’ azzurra, come il cielo in quei lunghi crepuscoli d’estate quando la serva attingeva acqua al pozzo e ziu Taneddu, ziu Jubanne e ziu Predumaria raccontavano storie che mi piacevano tanto perchè non le capivo bene e adesso mi piacciono altrettanto perchè le capisco troppo.

Fra le altre ricordo questa, raccontata da ziu Taneddu.

— Bene, uccellini, ve ne voglio raccontare una. La mia prima moglie, Franzisca Portolu, tu l’hai conosciuta, vero, Jubà, eravate ghermanitos (cugino in terzo grado), eb-