Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/60

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54 il cinghialetto


dosso tempestandolo di colpi e turbando così la sua beatitudine.

Un giorno tutte le casseruole cominciarono a friggere nella cucina, ove la bella serva splendeva, in mezzo al fumo, come la luna rossa fra i vapori della sera. Era la signoriccu e in attesa dell’ora del pranzo, qualcuno degli invitati, tutti amici di casa, entrava in cucina per vedere cosa la ragazza preparava di buono, ma in realtà per guardar lei che era il miglior boccone. Fra gli altri entrò, a passi furtivi, il delegato, che fece una carezzina alla serva e nascose la sua pistola in un buco dietro la finestra.

— La metto qui perchè quel diavoletto mi fruga in saccoccia e la vuole: non toccarla, è carica.

Di là c’era gran chiasso: tutti ridevano e parlavano, e il padrone e un altro magistrato discutevano sulla «legge del perdono» da poco messa in uso da un buon giudice di Francia.

— Quel disgraziato che abbiamo assolto oggi, quel Cambedda, ebbene.... — diceva il padrone, — ebbene, ha rubato per bisogno.... è un padre di famiglia, ha due figli piccoli, di buona indole.... La legge deve adattarsi....

— La legge, oramai, è inesorabile solo per i ricchi, — sogghignò il delegato; e tutti risero.

Il cinghialetto, in cucina, leccava i piatti in compagnia d’un gattino nero. Sebbene roba ce ne fosse d’avanzo per tutti e due, il gattino metteva le zampe in avanti e sollevava i baffi