Pagina:Deledda - Il cedro del Libano, Milano, Garzanti, 1939.djvu/226

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nata: l’albero compie il suo venticinquesimo anno di età: la scorza del suo tronco brilla al sole, come una corazza di bronzo cesellato: i rami vibrano, come quelli degli alberi sacri ai quali gli antichi sacerdoti appendevano gli strumenti musicali che accompagnavano i loro riti.

Le famiglie delle margheritine, sempre più numerose, crescono sul praticello, e c’è chi si piega a guardarle, come una loro sorellina, sorpresa e felice più della loro minuscola bellezza, che della gigantesca maestà dell’albero alto sopra di lei come un tempio. I bambini vedono meglio dei grandi le meraviglie della terra vicina a loro: un sassolino, uno stelo di avena, una coccinella rossa sono miracoli, per loro: e non lo sono forse davvero? La piccola Piti, la più piccola della famiglia — diciotto mesi di età — è intenta a studiare questi misteri: la coccinella rossa, immobile su una foglia, è quella che più l’attira: non osa toccarla, mentre maltratta le mansuete margheritine; e balza, con un fremito e un grido, quando d’improvviso l’insetto si apre come un fiore e vola: in alto, sull’albero. Solo allora Piti pare si accorga dell’esistenza del gigante: guarda, per un attimo, il barbaglio dei suoi rami attraversati dal sole, appoggiando con diffidenza una manina al tronco; s’imbroncia; poi con una strana protesta, ch’è forse la prima della sua vita, afferma a se stessa e alle cose intorno:

— Tutto Piti, oh!

Sì, tutto è di Piti; chi glielo può levare? Anche il grande albero è suo: suo più che le altre umili e passeggere cose intorno: è suo fratello,

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