Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/152

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il muro precipitava la valle, ondulavano profili di montagne verdi su altre montagne turchine perdute fra i globi d’argento delle nuvole.

Quella mattina, però, ella guardava e tendeva piuttosto l’orecchio verso casa; perché c’era un ospite del quale aveva paura più che dei precipizi sotto l’orto.

Molti erano gli ospiti che di tanto in tanto venivano a interrompere la monotonia di una vita sempre bella ma sempre la stessa: e tutti venivano accolti con gioia; dalla padrona di casa, sulla quale gravava la maggior fatica di bene trattarli, perché lo spirito dell’ospitalità aveva in lei qualche cosa di religioso, anzi di fanatico; dal padrone perché si mangiava meglio degli altri giorni; dalla servitù per le mancie, dalla bambina perché essi portavano regali di frutta e dolci.

Ma non per questo solo era lieta, la bambina: il passo dei cavalli nella strada, il picchiare al portone, l’aprirsi di questo e l’entrare degli ospiti le davano un senso di ansia, di attesa, quasi di affanno. Il cuore le batteva. Chi arrivava? Il mondo ampio si apriva tutto, col suo mistero, all’aprirsi del portone; ed era la vita stessa che arrivava, coi suoi doni e i suoi fastidi, a volte anche coi suoi dolori.